Già il 27 luglio u.s., il Sole 24 Ore, in un articolo che ripropongo, ha evidenziato quel fenomeno che potremmo definire “fuga dalla professione forense”, supportata anche dalla circostanza che in conseguenza del maxipiano di assunzioni nella P.A. del Pnrr sono attese numerose cancellazioni dalla Cassa Forense: ciò in quanto i redditi in calo e le poche tutele spingono molti avvocati verso l’assunzione nella P.A. alla ricerca di un “porto sicuro”.
Il tema è stato di recente oggetto di un effervescente dibattito sulle cause generatrici del fenomeno e, al di là di ogni considerazione di natura politica, i numeri sono davvero impietosi se si guarda agli ultimi dati offerti dalla Cassa Forense nell’ultimo anno: 245mila iscritti, cresciuti del 13% se si guarda al 2010. In media 4,1 avvocati per mille abitanti, ma in Calabria si arriva addirittura a 7.
Più che un dato una sentenza anche in termini di redditività professionale, a cui va aggiunto l’ulteriore scoglio rappresentato dalla dicotomia tra Studio tradizionale, piccolo/medio associato o non, e le c.d. Big Fifty Law firm che, composte da un numero complessivo di avvocati residuale se rapportato al montante degli iscritti, drenano la quota maggioritaria del mercato legale annuale. E’ un tema di sicuro reddituale ma anche di prospettiva professionale che non afferisce solo alle fasce di età più basse dei professionisti ma anche studi di consolidata tradizione sul territorio nazionale.
Il problema generato e mai risolto dalla politica, non può trovare la propria soluzione in proposte che potremmo eufemisticamente definire bizzarre, lette su alcuni quotidiani rivolti maggiormente agli addetti ai lavori (ndr. inter alia Il Dubbio), quali, ad esempio, un ulteriore esame di stato di “ri-abilitazione” da far sostenere agli avvocati, per “scremare” quelli che non risultino solidamente preparati. Si tratta per lo più di provocazioni dettate dalla circostanza che la bussola professionale è negativamente influenzata da un sinistro magnetismo.
Senza alcuna pretesa rivelativa di alcuna soluzione, ritengo che, ferma l’intangibile libertà di chi decide di cambiare “lavoro”, un primo passo verso la ricerca di una soluzione che riporti la professione ad una adeguato livello di decoro, anche remunerativo, oltre che di sostenibilità non debba essere la rinuncia alla competizione professionale, che è sana finché virtuosa, quanto quello di ingaggiarla per il tramite innovative modalità attraverso le quali svolgere la professione legale. Un’ipotesi di lavoro, potrebbe essere la riorganizzazione più lean degli studi, che mirino ad aggregazioni organiche e interdisciplinari di avvocati, fondate sulla specializzazione dei propri professionisti per implementare la qualità del prestazione e i servizi resi ai Clienti.
Non credo esista un’unica soluzione, ma di sicuro di sabbia nella clessidra ne rimane sempre meno per quegli avvocati che non intendono abdicare a una scelta di vita prim’ancora che professionale.
Approfondimenti
- Il Sole 24 Ore. Avvocati in fuga dalla professione: parte una nuova rincorsa al posto fisso nella Pa
Pubblicato su LinkedIn con Post del 2 settembre 2021
